tart blues

Capitolo 0 parte uno
Incontri

La città di Tart è la più grande nella valle di Tartesso, originata dall’agglomerarsi di una trentina di villaggi, conta oggi decine di migliaia di abitanti.
Ospita forti rivalità familiari e numerose faide senza contare l’odio serpeggiante tra i 30 quartieri della città.

Tuttavia la piazza dell’obelisco è sacra, li si tiene il mercato e vi si trovano alcune tra le migliori osterie della città ed è precisamente in una di queste che troviamo un giovane uomo lesto di lingua e di mano che canta la leggenda del vino perduto di Olidammara.

Udite genti di tutte le terre la storia del tesoro celato nella caduta torre dal dio per cui più spesso avrete brindato narrano i miti di viti pregiate dalle ninfe mietute dai nani pigiate difficile da credere ma l’ambito tesoro giace in botti di rovere dai cerchi d’oro sette botti in cima alla torre dono per gli arditi lasciate dal dio che corre dietro alle donne ai dadi ed ai piaceri proibiti

al che venne interrotto da un vecchio palesemente ubriaco che si alza e si presenta,

“mi chiamo Marv e sono un bottaio, mio nonno fece quelle botti! lo vidi io stesso consegnarle allo sconosciuto mascherato!”
gridò mentre veniva buttato fuori.

Oramai la canzone era rovinata così il bardo raccolse le poche monete d’argento guadagnate e chiese all’oste chi fosse quel pazzo.
“Quel pazzo, amico mio, è il miglior bottaio della città e così lo erano suo padre e suo nonno prima di lui,è un vero peccato che ami il vino più del lavoro”,
“Mi stai dicendo che c’è un fondo di verità nelle sue parole?” chiese stupito il bardo,
“Se un mortale poteva fare delle botti per un dio quello era certamente suo nonno e il tempio di Olidammara fuori città era effettivamente una torre ma questo non vuol dire nulla sono solo canzoni e leggente”.
”Io non sono d’accordo”
disse un curioso insieme di ingranaggi e pistoni fumante e fischiante.
”E starei anche aspettando la mia birra, o deve ancora fermentare oste?”
Al che l’oste si allontano borbottando, Il marchingegno si voltò quindi verso il bardo e lo ammonì
”Evita di porti tra il grande e possente Anser e la sua birra”
disse dall’alto del suo metro e venti, e aggiunse
”E poi perché perdere tempo in chiacchiere quando ci sono 7 botti da scolare gratis appena finita la birra?”
per poi afferrare il boccale che l’oste gli aveva appena depositato davanti e svuotarlo in un unico gesto.
A questo punto guardò l’oste e gli disse
“offro un giro a tutti, ma servi prima noi”
L’oste sparì e riapparve con due boccali ed un largo sorriso, serviti il bardo e Anser inizio a riempire e distribuire boccali.
Quando ebbe raggiunto il lato opposto della sala Anser guardo il bardo e gli disse
“ma tu hai i soldi per pagare?”
La replica del bardo giunse fulminea,“veramente non ci penso nemmeno! e poi non offrivi tu?”.
al che Anser rispose “sarà meglio che iniziamo a correre allora”.

Nel frattempo alle officine Brown, Emmett Brown serviva personalmente un cliente difficile.
Un giovane e nerboruto guerriero umano dallo sguardo inquisitore,
l’uomo insisteva per poter toccare e soppesare ogni lama pugnale ed armatura
senza mai accennare ad una seria intenzione d’acquisto.
Per questo Emmett fu chiamato dalla sua compagna a intervenire personalmente.
I due intavolarono un intensa discussione sull’importanza della qualità di e armi ed armature,
ma se l’uomo sosteneva che solo un esame accurato fosse garanzia di qualità,
Emmett tentava invano di fargli capire che, trovandosi in una delle migliori botteghe di Tart,
era francamente offensivo pretendere di maneggiare ogni singolo articolo.
Sopratutto considerata la sua fama di rispettabile meccanico ed armaiolo.
La loro discussione s’interruppe però bruscamente quando Emmett vide sfrecciare davanti alla sua bottega
un bardo, seguito da un coboldo a vapore, che bestemmiava rumorosamente.
Si lanciò quindi fuori dalla bottega e prese ad inseguirli prima ancora di realizzarne il motivo.
Ma ben presto gli fu chiaro, perché ogni metro gli rivelava qualche meraviglia tecnica di quel bizzarro marchingegno, il sistema di equilibratura, la distribuzione della potenza,
la cordatura metallica dei flessibili che distribuivano il vapore pressurizzato.
Ma sopratutto l‘assoluta organicità dei movimenti, tradita solo dal suono meccanico peraltro nemmeno assordante quanto avrebbe dovuto essere.
Quella macchina esigeva una maggiore osservazione.

Soran rimasto alla bottega dei Brown alzò gli occhi al cielo chiedendosi in quale manicomio si fosse andato a cacciare quando aveva calpestato il cancello nero per entrare a tartesso.
Prese 10 pugnali da una rastrelliera e li portò al banco, solo per non andarsene senza aver comprato nulla.
non fece che pochi passi fuori dal negozio quando avvertì una presenza ostile alle proprie spalle.

Elsbeth viveva a Tart da quando ancora la città non aveva un nome.
Il sangue di suo padre l’aveva benedetta di una lunga vita e quello di sua madre di un corpo per cui qualsiasi uomo sarebbe morto con un sorriso, lei lo sapeva, ma nulla la eccitava come il brivido di un colpo ben riuscito. così anziché una dama di compagnia o una passeggiatrice era divenuta una ladra.
Oggi la sua preda era un ricco forestiero che aveva pedinato fino all’officina dei brown, l’aveva visto fare il taccagno e uscire con 10 pugnali ed ancora tanto, troppo, oro nel borsello.
Scivolò giù dal tetto del palazzo con l’agilità di una gatta e strisciò silenziosa dietro di lui.
Non un fiato, attese che si infilasse in un vicolo stretto, quindi allungo la mano verso la sua cintura solo per ritrovarsela stretta in una morsa d’acciaio.

Soran blocco la mano dell’aggressore e con uno strattone lo porto davanti a se,
incrociando così lo sguardo di una bellissima donna, sul cui viso di ventenne brillavano occhi antichi come il mare.
per un attimo indugiò e questo permise alla ragazza di liberarsi e sparire nelle tenebre con un agile guizzo.

Sfuggita all’energumeno Elsbeth si massaggiò il polso dolorante con un unguento e si diresse verso la sua dimora in cima al campanile abbandonato.
Qui contò gli incassi del giorno e guardando il sole tramontare sul vecchio tempio abbandonato di Olidammara si chiese se non fosse ora di verificare le storie che quell’alcolizzato di Marv stava spargendo per tutta Tart, si attrezzò quindi come si conviene e si avviò verso nord’est di tetto in tetto.

Perse le tracce della ladra Soran decise che era ora di cercare un posto per la notte, quando la vista di alcuni bambini in maschera lo fulmino sui suoi passi.
Comprò una delle loro maschere per 1 moneta d’argento e la porto alla più vicina taverna.
Tuttavia non ebbe il tempo di chiedere informazioni all’oste, i gonfi occhi rossi per l’alcol di Marv, ce sedeva sull’uscio, si piantarono sulla maschera.
Barcollando gli si fece incontro, sputò sulla maschera, e gli racconto la leggenda del vino di Olidammara e del suo culto per poi cadere al suolo privo di sensi.
Soran guardo la maschera lorda di catarro saliva e sangue e la gettò via volse il suo sguardo verso nord’est e si incamminò verso la torre che aveva visto poco fuori città.

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